educare i nostri figli alla felicità o al dolore?

stasera riunione dei genitori per il gruppo del patronato a cui partecipa figlia grande

io e Re Mida siamo assolutamente e irrimediabilmente laici, ma siamo felici delle esperienze che questo gruppo permette di fare a mia figlia: il campo di servizio alla mensa della caritas, quest’anno in sicilia con libera, le iniziative di volontariato, gli spettacoli…..insomma, figlia grande seleziona con cura le proposte del gruppo e vedo che evita quelle più marcatamente “di chiesa”, ma se ci sono iniziative interessanti non si tira indietro

oggi hanno presentato il programma dell’anno prossimo

io ho molta stima dei ragazzi che li seguono, ma sulle proposte di quest’anno sono piuttosto scettica. una mi ha veramente….non so trovare le parole

vogliono affrontare il tema del dolore perchè imparino a capire che fa parte della vita e che si può superare. in linea teorica sono d’accordo: ogni anno nella scuola di figlia grande un adolescente si toglie la vita (uno anche partecipava al patronato) e ogni volta i ragazzi si interrogano per capire cosa gli passa per la mente a un ragazzo per arrivare a mettersi nei binari o buttarsi giù da un albergo

però questa cosa mi lascia interdetta

penso che il dolore lo impari ad affrontare quando lo vivi. altrimenti è difficile farlo a priori

ho proposto di affrontare con loro invece la ricerca della felicità.

cosa mi rende felice? come faccio a raggiungere la felicità? credo che la maggioranza dei ragazzi creda che si è felici se hanno delle cose. la macchina, il cellulare il vestito firmato, la ragazza, la vacanza il lavoro il viaggio….mi piacerebbe che attraverso un percorso con i loro animatori capissero che la felicità si raggiunge non con l’avere ma con l’essere.
essere soddisfatti di se, essere in pace col mondo, essere amati, essere utili, essere insomma non avere.

ovviamente è stata bocciata. tutte le mamme sono insorte dicendo che è ora che i figli imparino cosa è la sofferenza, che conoscerla vuol dire crescere. non so, sono molto confusa sull’argomento.

cosa ne pensate voi?

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24 risposte a “educare i nostri figli alla felicità o al dolore?

  1. La sofferenza, sono d'accordo con te, si impara vivendo e per ognuno, a parte i grnadi dolori della vita, la sofferenza ha connotazioni diverse.
    Però secondo me sarebbe bello far vedere entrambe le cose, la sofferenza e la felicità: potrebbe essere pesantissimo per un adolescente non ancora del tutto equilibrato scoprire l'angoscia profonda che spinge qualcuno ad uccidersi.

  2. Sto leggendo libri della Anne Celine schutzenberger, una psicologa francese, che opera tramite lo psicodramma.  Ho una foto che la ritrae quando l'ho incontrata in islanda 22 anni fa.

    Lei ed altri ritengono che tutto quanto accade abbia origine dalle nostre storie familiari (La sindrome degli antenati) e quindi medito….

    se le famiglie son governate da donnette che pensano al dolore invece di pensare alla gioia del vivere siamo di nuovo alla caccia delle streghe, categoria nella quale sia te Emily che io saremmo immediatamente incasellate; tu nelle streghe buone…per me è più ovvio.

    Altro grande libro mi propone una curiosa teoria che mi trova d'accordo: La legge dell'attrazione. Secondo questo pensiero accadono fatti positivi se ci si pone in maniera positiva e negativi nell'altro caso.

    Io manderei comunque la pupa….prima o poi ti porto i libri…

    A proposito….riposi???

    kiss cogny

  3. Ciao Emily e’ un po’ che non lascio commenti anche se ho continuato a seguirti. Dopo aver provato ad aspettare di avere più tempo ho optato per prendermelo più tempo! Io concordo con te. Non si e’ mai preparati secondo me al dolore. Ti prende e ti travolge. Punto. Se mi parlano di un corso per gestire il dolore altrui ed essere di supporto allora condivido. Non credo al doler che fa crescere. Sono altri i sentimenti ch portano alla maturazione di una persona. Condivido invece la tua idea di percorso di felicita’ percorso di cui credo abbia più bisogno un adolescente che rischia di cadere in depressione. Insomma tu continua a proporlo, magari prima o poi ti ascolatano. Un grosso abbraccio Gloria

  4. Secondo me hai ragionissimo. Il dolore si impara vivendo, non c'è un assoluto bisogno di andarselo a cercare. Ogni tanto i catolici hanno questa attrazione fatale per la sfiga e il sacrificio tout court, lo vedo nella famiglia di Sant'.

    avrei molte più cose da dire per convalidare e approfondire ma è troppo presto e mi aspetta una lunga giornata :))

    E' molto più interessante quello che hai proposto tu, cmq nel parlare dell'esser più che dell'avere puoi sfiorare anche temi "opposti" come il dolore e la sofferenza.

    baci extramamma

  5. E che ne dici di questo:… come affrontare la sofferenza per ritrovare la felicità, quella che affonda nell’animo, che ti agita, che ti avvolge come una coperta calda in una giornata gelata? È troppo triste parlare di sofferenza ad adolescenti. Sono d’accordo, la si incontra più avanti nella vita.

  6. penso che hai ragione. e che la ricerca della felicità e anche il riconoscere la felicità sia fondamentale.
     se poi impari me lo spieghi ?! 🙂

    cristina

  7. Sì il dolore ti piomba addosso e solo allora uno impara come affrontarlo, non ci si può allenare al dolore – sia fisico che mentale – come si farebbe con una pratica sportiva.

    Però noi viviamo in una società che il dolore lo rifugge in tutte le maniere possibili, dove la sofferenza è cosa di qualcun altro, la vecchiaia non esiste e la morte è una cosa che nessuno sa davvero cosa farne. Se poi ci aggiungi il fatto che i giovani sono comunque intimamente convinti di essere immortali (ed è giusto in fondo che sia così) e che noi li proteggiamo ben più e più a lungo di quanto sarebbe naturale e giusto fare … ecco che mi sembrerebbe estremamente importante un percorso di presa d'atto, una riflessione che porti a dire che con il dolore si deve e si può convivere e soprattutto che il dolore si può combattere e superare.

    L'errore, sempre secondo me, sarebbe parlarne senza il suo compendio naturale, la felicità. Male sarebbe una visione cattolica che guarda al dolore con un misto di compiacimento, attrazione e minaccia. Male sarebbe un monito che usi il dolore per incitare i ragazzi a seguire la retta via del precetto – quale che questo sia.

    Quindi se fossi in te insisterei perchè questo progetto non sia monco di una sua parte integrante e perchè la tua proposta venga in qualche modo inserita nel percorso. Tra l'altro non so quanto questa iniziativa dovrebbe durare ma mi verrebbe anche da riflettere circa il fatto che certi temi va bene trattarli e frequentarli ma senza che diventino morbosi perchè poi alla fine non è neanche più sano di tanto che un adolescente ci passi sopra troppo tempo. 

    /graz

    (poi, che tutto ciò venga gestito da un'organizzazione cattolica a me faccia suonare un'orchestra di campanelli d'allarme è altra faccenda e del tutto personale, lo riconosco)
    (magari se davvero fa questo percorso e viste le caratteristiche di figlia grande non farebbe male uno sguardo a come culture altre – mi vien da dire il buddismo? – affrontano il tema del dolore e della morte)

  8. Trovo che tu abbia ragione.
    Il dolore è molto personale, può cambiare una persona ed ognuno dev'essere libero di viverlo ed affrontarlo come crede giusto.

    Invece la felicità e la gioia di vivere sono sensazioni che richiamano il gruppo e la voglia di condividere.

    Emily però forse è più facile piangersi addosso che sorridere o almeno gli altri la pensano così

  9. Felicità e dolore, gioia e tristezza sono speculari! 
    Non puoi capire una se non capisci l'altra . . . non puoi apprezzare a pieno la felicità e la gioia se non sei mai passato attraverso il dolore e la tristezza!

    Forse le mamme che ti hanno contestato non hanno capito che i figli il dolore lo provano comunque, non va insegnato . . . forse anche gli educatori non hanno spiegato bene il progetto, mi piacerebbe sapere come prosegue questa cosa!

    Credo che, se sono in un ambito parrocchiale, sia sottintieso che gli insegnino che la felicità sta nell'essere  (nella realizzazione delle proprie capacità) e non nell'avere! E forse, questa storia del dolore, è prorpio di spiegagli che il dolore si può superare, senza buttarsi dai tetti o lasciarsi andare alle droghe! Sono curiosa, fami sapere come va!

    Ciao, R

  10. concordo sulla tua idea di felicità, già gli adolescenti, sono in crisi per loro stessi, musoni, accattiviti, gelosi, irrascibili, non pensano che soffrano già abbastanza? poi il dolore é troppo personale e dipende molto dalle situazioni, sia personali che esterne alla famiglia, trovo piu' giustoi che apprezzino, la vita, le cose semplici, il saper godere di quel poco, di essere felici con quel poco…
    insisti cara Emily, insisti e spiegati bene,urla se necessario, forse capiranno…

  11. Il dolore ti piomba addosso, la felicità no, se non sai riconoscerla.
    Il dolore ti piomba addosso, se conosci la felicità magari ti è più facile accettarlo/combatterlo.
    S.

  12. Le persone che sanno cos'è la felicità, sano come ricavarsela nella vita di tutti i giorni anche nelle piccole cose e ci tengono al punto di sforzarsi per difenderla, sono automaticamente preparate al dolore.

    Il punto è che a soffrire, essere sfigati e pessimisti siamo buoni tutti, mica ci vuole l'allenamento. Invece essere ottimisti, cercare il meglio nella vita anche se sei perfettamente consapevole del caos e della sfiga è uno sforzo che implica convinzione, metodo e altre cose.

    Infatti tu lo fai e capisco che la veda in questo modo. Le madri insorte mi chiedo che piaceri sappiano ricavarsi dalla vita e se nn passano le giornate ad essere gelose del mondo.

    Tua figlia farà quello che vuole tanto l'insegnamento ce l'ha già in casa e ce l'ha di suo. Tieni invece figlio piccolo lontano dalle grinfie di questa gente.

    Mammamsterdam

  13. Penso che l'importante sia educare i propri figli ai sentimenti e alle emozioni, belli e brutti. A non negarli e a non averne paura.
    Io, per esempio, faccio una mia personale crociata per l'accettazione della violenza. Ovvero: è inutile negarlo, le pulsioni violente sono dentro di noi. Invece di negarle o ignorarle, incanaliamole.
    Il dolore, idem. A volte per paura del dolore facciamo cazzate pazzesche. Tipo quando per paura del dentista ci riduciamo ad averne bisogno quando ormai la situazione è irrecuperabile. O tipo quando per paura di soffrire stiamo con uno che non amiamo.
    Al contrario, la felicità è un grande mito, ma c'è bisogno di qualcuno che ci insegni a cercarla.
    Quindi secondo me sarebbe bello portare avanti entrambi i temi.

  14. Magari approfondire la tematica del dolore  può aiutare a comprenderlo meglio a non valutarlo con superficilaità soprattutto nei confronti delle sofferenze degli altri, talvolta è difficile entrare in empatia con chi ha dei problemi, ci si blocca, ci si spaventa e si scappa anche senza volerlo davvero perchè ci si sente inadeguati o invadenti.  Potrebbe essere  l'inizio di un percorso che porta poi ad affrontare il tema della ricerca della felicità che molto spesso si raggiunge anche attraverso il dolore.
    Stefania mamma di Vittoria
     

  15. Ti dico solo che alla scuola di mia figlia (5 anni) hanno impostato il piano didattico sul tema della paura. Una disgrazia, non dorme più la notte.
    🙂
    Condivido il tuo approccio, a patto che la ricerca della felicità non escluda la riflessione che la felicità sta solo nel saper accogliere il dolore… Forse più che ricerca, posso rilanciare con un DESIDERIO di felicità… Il tema del desiderio a me intriga sempre molto, in effetti!
    lorenza

  16. WOWOWOW GRAZIE!!!! MI SA CHE RIUNISCO TUTTI I COMMENTI E LI MANDO AGLI ANIMATORI!!!!

     

  17. cara emily la tua proposta mi sembra meravigliosa
    concordo anche con molti commenti che ricordano comunque la necessità di non negare il dolore

    ma la cosa che mi preme di più e ringraziarti di esistere e di esistere in questa blogosfera.

    tu e i tuoi post siete proprio l'esempio di ciò che cerco nel web e che mi manca tantissimo.

    ma non qui!

    grazie e passate dei bei giorni in famiglia
    con affetto
    my

  18. Possono essere benissimo due discorsi che viaggiano paralleli, riconosci la felicità dopo un momento di dolore e viceversa

  19. L'argomento è piuttosto complesso e articolato.
    Penso anch'io che un argomento non escluda l'altro e che anzi, proprio se fatti in parallelo potrebbero arricchirsi entrambi di spunti importanti.
    Penso anch'io che se stiamo parlando di un ambito cattolico (serio) l'educazione alla felicità dell'essere prima che a quella dell'avere dovrebbe essere scontata e proprio da qui dovrebbe poi partire un discorso su che cosa sia il dolore, su come ci si possa porre dinanzi ad esso e, soprattutto, vista l'impossibilità di prepararsi (almeno dal mio punto di vista) ad affrontare un dolore personale, a come aiutare chi sta vivendo un momento di dolore dando quella speranza che è l'esatto opposto della di-sperazione (mancanza di speranza) che può portare anche a gesti estremi.

  20. Sono d'accordo con te, educando i figli alla felicità, li si aiuta ad aprire gli occhi e magari a scoprire che la felicità nasce in primo luogo dentro di te, mentre molto spesso si tende a cercarla in cose o persone. Il tema del dolore va affrontato nel momento in cui compare, altrimenti sarebbero solo parole sterili . Ciao

  21. Credo sia importante riuscire a dare ai ragazzi gli strumenti per affrontare il dolore ed insieme per scoprire il valore della felicità, quella che si conquista affrontando i momenti bui e le difficoltà.

    Non credo che si possa imparare cos'è la sofferenza.

    Si può imparare ad essere meno superficiali, più attenti agli altri, più riflessivi, si può imparare a crescere e fare tesoro delle esperienze belle o brutte che siano.

    La sofferenza, il dolore si vivono, dopo forse si comprende.

  22. Mah.
    Cosa vuol dire affrontare il tema del dolore?
    Bisogna vedere COME si affrontano le cose. In fondo, assistendo delle persone bisogne si viene già in contatto con il dolore.
    Non penso che il dolore si insegni o si impari a freddo. Purtroppo si vive quando capita.

    Forse può essere utile parlare di ciò che ci fa ho ci ha fatto soffrire (una bocciatura, la malattia della mamma, un problema di crescita, affettivo). Insomma, penso sia utile non fare finta che il dolore non esista, così come la nostra società cerca di fare.

    Però è tutto molto collegato a quanto dici tu: parlare del dolore è parlare del non dolore, cioè della felicità.
    Felicità è anche quando si supera il dolore in modo consapevole.

    Vedo tutto molto collegato, ma approvo il tuo spirito, positivo. Lo sappiamo tutti che se per parlare di dolore bisogna avere l'atteggiamento di quelli che si mettono la venere in testa in puro stile cattolico romano, allora non si va da nessun parte.

    M di MS

  23. Scusa gli errori di battitura, non ho riletto!

    No "venere" ma "cenere"!

    Faccio ridere anche quando cerco di essere seria.

    M di MS

  24. L'ho messa nella descrizione del mio profilo, la ricerca della felicità…ecoo cosa ne penso!;-)
    Il dolore reale onestamente è una gran rottura (ma ahimé capita), quello  teorico è francamente insopportabile e non credo serva a molto.

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